Ti presento «Morte della Vergine» del Caravaggio, dipinta nel 1605 ca: da sempre è considerata la tela dello scanda­lo in quanto fu rifiutata dalla Chiesa, tolta dall’altare per il quale era stata dipinta e addirittura venduta e trasportata all’estero. Oggi si trova al Museo del Louvre a Parigi.

Il dipinto fu commissionato da un caro amico del cardinale Del Monte per ornare una cappella funeraria in Santa Maria della Scala a Roma. L’episodio, attinto dalla tradizione apocrifa, attesta di come l’angelo Gabriele avesse rivelato a Maria la sua mor­te imminente consegnandole un ramo di palma. Nel frattempo gli apostoli, sparsi ad annunciare il Vangelo per il mondo, vengono trasportati miracolosamente fino alla casa delle Vergine a Gerusalemme e mentre preparano il funerale ricevono la visita di Gesù che conduce in cielo l’anima della Madre. Durante il corteo funebre diretto al sepolcro sul Getsemani, un ebreo vorrebbe profana­re il corpo di Maria ma è punito e gli cadono le mani: gli viene detto che sarà guarito solo se confesserà la di­vinità di Gesù e così accade. Gli apostoli vigilano al sepolcro il corpo della Vergine, che Gesù e gli angeli portano in cielo il terzo giorno.

Nella tela, Caravaggio rappresenta la casa di Maria; la Vergine giace sul letto di morte, senza alcun attributo sacro; una tenda rossa, che è parte del baldacchino improvvisato per creare un po’ di riservatezza e per impedire la vista della donna in agonia, viene spostata con forza da un apostolo.

Il Merisi immagina la scena carica del pudore degli apostoli, rappresentati come popolani e senza aureola, che non entrano in quel luogo prima che non sia stata ricomposta la salma. Tutti so­no scalzi e con abiti semplici, tunica e un mantello per ripararsi dalle intemperie. Giovanni è in piedi, sulla destra, avvolto da un mantello verde, con volto pensoso e assorto, appoggiato sulla mano sinistra; alle sue spalle compare l’apostolo che sposta la tenda perché tutti possano vedere finalmente la Madre di Cristo e poterla salutare un’ultima volta. Ritto ai piedi del catafalco improvvisato abbiamo Pietro, che china il capo in segno di saluto e, aggrottando la fronte, solleva umilmente gli occhi verso la mamma del suo Signore, stringendosi con le braccia conserte in un gesto di dignitoso dolore. Sembra che Caravaggio alluda al carattere di Pietro: non cede alle lacrime e, sopportando il dolore, si ran­nicchia in se stesso per fare forza a sé e agli altri, conscio del suo ruolo nel gruppo, di nuovo insieme in quel triste momento. Poco dietro tre apostoli che, non avendo anco­ra visto il corpo di Maria, parlano tra loro mentre un quarto è richiamato all’attenzione dall’apostolo che sposta la tenda. 

La ragazza che piange sulla seggiola ricorda, sia nell’abito che nell’acconciatura, il personaggio di un’altra tela di Caravaggio, la Maddalena. Forse lei ha lavato il corpo della Vergine, infatti un catino di rame è a terra con una garza penzolante. Maria, priva di vita sul letto in ferro battuto, ha il braccio sinistro di­steso sul materasso di scorcio, ad individuare una croce, la stessa sulla quale ha visto morire suo Figlio, e la mano destra poggiata sul ventre, luogo nel quale ha concepito e accolto il Salvatore. La Vergine, ritratta giovane, rappresenta la Chiesa immortale, mentre il ventre gonfio, richiama la grazia divina di cui è gravida. Caravaggio ricorda che attraverso quel corpo Dio è entrato nella storia per salvare l’uomo. Le critiche si accaniscono pro­prio su questo particolare: dipinto ritenuto «lascivo» e «senza decoro», ha spinto molti a pensare che Caravaggio avesse ritratto una prostituta morta an­negata nel Tevere. Molto scandalo, in particolare, fecero i piedi nudi fino alla caviglia. 

Personalmente mi sembra evidente che Caravaggio abbia voluto dipingere una donna incinta, e il termine «gonfia», usa­to da Bellori, proprio a questo allude, secondo l’uso popolare. La santità di Maria procede dal suo essere «madre»: ancora una volta Caravaggio riassume e rinnova la tradizione iconografica che lo precede.

Nell’istante in cui la tenda è spostata, un raggio di luce irrompe dall’alto e riempie la piccola stanza di un chiarore dorato: è la luce della grazia che splende nelle tenebre dove c’è odore di morte, metafora del cuore che spesso è ricettacolo buio di errori e fallimenti. Caravaggio con quel raggio di luce ti invita a non avere paura della tua debolezza! Perché se lo vuoi è nella tua fragilità e nelle tue ferite che scoprirai la presenza di Dio. Grazie per la cortese attenzione.

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